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Un orfanotrofio, pieno di speranza!

Quando solitamente si parla di “orfanotrofio”, si pensa ad un luogo in cui bambini sfortunati e tristi sono costretti a vivere in attesa di qualcosa che forse neanche loro conoscono; quando entriamo nell’orfanotrofio Cardinal Stepinac Children’s Home, ad accoglierci c’è solo tanta voglia di divertirsi e di vivere, di ridere e sorridere, di giocare e ballare, con noi o anche solo tra di loro.
Senza dubbio questo luogo è straripante di bambini con un passato difficile, con storie che forse non potremmo neanche immaginare solo con la nostra testa e senza testimonianze o racconti, però una cosa è certa: hanno un presente migliore del passato ed un futuro che riserva loro tanta positività, perché questa piccola oasi verde nel bel mezzo di strade polverose e dissestate, è come una luce nelle loro vite, che dà loro la possibilità di divertirsi, istruirsi, giocare e mantenersi pieni di vitalità, come ogni bambino merita.
Ogni volta che metto piede in questo piccolo rifugio di speranza, mi sento svuotata da ogni problema; passiamo con loro meno di un paio d’ore al giorno ed anche una banale vittoria al tiro alla fune, basta per migliorare una giornata, insegnando a noi che, nella vita, a volte basta meno di quello che pensiamo per rialzarci e ricominciare.
 
Sasha Fagnani
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Sognare non costa nulla!

Per il secondo anno mi trovo ad Haiti, ma quest’anno come responsabile dei giovani volontari. Questo ruolo mi permette di godermi la missione dall’esterno e ciò che vedo ogni mattina mi piace definirlo come un miracolo: 13 giovani che privati di ogni comfort si svegliano presto tra caldo e insetti per raggiungere i loro campi di gioco e lanciare quell’oggetto magico capace di far divertire centinaia di bambini: il pallone.
Non posso non fermarmi a pensare alla potenza di questo oggetto e a questa magia. Si può davvero arrivare ovunque con un pallone? Varcare barriere fisiche e confini ideali? Sconfiggere pregiudizi e gettare semi di speranza? Sabato siamo stati a Waf, una delle più povere bidonville della città. Il nostro arrivo è accolto da un odore acre di fogna e spazzatura. Dobbiamo fare attenzione a camminare tra macerie e immondizia che viene utilizzata per delimitare la zona impedendo lo straripamento del fiume. Tra i vicoli strettissimi sorgono baracche fatiscenti; qualche donna allatta seduta per terra mentre cani e maiali le passano accanto. Un uomo riposa per strada su un giaciglio di fortuna, un altro sintonizza la radio sul big match di calcio olimpico Brasile-Germania. È la voce del telecronista a riportarmi al presente e a farmi realizzare che no, non sto vivendo un incubo, questo posto al limite della condizione umana esiste davvero. Mi guardo intorno, tra le lamiere che costituiscono le pareti delle baracche, spuntano ogni tanto occhi vispi, denti bianchi e mani tese per un “batti 5”. Eccoli i piccoli abitanti di queste “case”. Che futuro avranno? Cosa si può fare per loro? Camminando ci imbattiamo in un campo circondato da un rete rotta in più punti. Nel mezzo, travi che potrebbero essere delle porte da calcio e ai lati copertoni di gomme d’auto come spalti. E allora si accende la speranza: possiamo portare anche qui un po di felicità attraverso lo sport?!?! Ne parlo con Valentina che mi dice che qualche anno prima si era pensato di concretizzare questa idea ma non era stato possibile perché i capi delle bande criminali del posto non avevano dato l’ok e sarebbe stato troppo pericoloso per dei “blanc” (bianchi) fare attività. Mi si spezza il cuore. Come può una cosa così innocua come lo sport essere fermata da delle bande criminali? Come si può impedire a dei bambini di giocare ed essere felici? Sono arrabbiata e infastidita, ma se sono tornata ad Haiti è perché mi piace sognare e allora sogno che un giorno CSI per il mondo possa arrivare in maniera stabile anche qui.
 
Gaia Buoli

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Casa è dove ci si sente felici!

Casa.
Haiti per me è questo: sentirmi felice ovunque e con chiunque, nonostante il costante senso di ingiustizia che assale il cuore, percosso dai sorrisi che appaiono sui volti di tutti, nonostante vivano in baracche di qualche metro, ammassate sull’immondizia. Questo succede per esempio a Waf, una bidonville in cui vivono migliaia di persone in maniera quasi surreale, senza possibilità di futuro, se non fosse per alcuni progetti realizzati negli anni, come la clinica e la scuola di suor Marcella o la missione Belen (gestita da una congregazione brasiliana), che ridanno colore ad una realtà che sta marcendo insieme all’immondizia.

Qui non serve molto per divertirsi, la compagnia è l’unico ingrediente indispensabile e quando ci si trova su uno scuolabus diretto alla spiaggia per una giornata di relax insieme a 60 compagni di viaggio che trasformano piatti e forchette in bacchette e batterie, ci si rende conto che chi è ragazzo lo è ovunque e vuole solo essere felice adesso.

Maria Chiara Barbesino

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Abbiamo (solo) iniziato! A presto,Congo!

“Missionari è bello!”
Ci hanno ripetuto più volte i padri Saveriani che ci hanno accompagnato in questo inizio di cooperazione sportiva coi giovani congolesi di Panzi (Bukavu) e Ndosho (Goma).

Abbiamo iniziato a giocare un partita contro la diseguaglianza, l’indifferenza, il pregiudizio e l’ignoranza che il bene comune si costruisce insieme, anche se si vive a migliaia di chilometri di distanza.

Abbiamo iniziato a “giocare” nel ruolo che ci compete, ci siamo messi a disposizione dello sport educativo, ci siamo schierati al servizio delle persone.

Adesso siamo sull’aereo, viaggiando lungo la costa italiana che ci porta a casa. All’arrivo non più bambini urlanti e festanti ma silenzio e teste basse sul Tablet, un po’ diverso.

Abbiamo iniziato l’intervallo della partita, è tempo di rifiatare ed affinare tecnica e tattica per la ripresa. É un campionato impegnativo che vogliamo vivere al massimo fino in fondo!

Abbiamo salutato i nuovi compagni squadra con un “à bientôt” (arrivederci a presto) e con questo sentimento inizieremo subito a programmare il reincontro con gli amici sportivi congolesi: sportivi senza confini, insieme.

Chiara, Tomaso, Daniele e Davide

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Gli ingredienti di una buona missione

Gli ingredienti segreti

Sta ormai per finire la nostra avventura in Brasile. Sono stati giorni unici e indimenticabili che ci hanno regalato miriadi di emozioni. Cercherò di raccontarvi in breve e in ordine sparso gli “ingredienti” segreti che hanno reso speciale il nostro viaggio!

1 Contrasti: Rio è una città ricca di contraddizioni. Non è facile passare dalle favela al boulevard olimpico…le domande ti si affollano nel cuore e ti fanno scricchiolare il cervello. Abbiamo davvero dovuto imparare a guardare senza giudicare, ad ascoltare senza pretendere di avere la soluzione a tutto e ad avere rispetto per un paese che, se si sa andare al di là degli spari dei trafficanti di droga e oltre i colori sgargianti delle olimpiadi, ha grandi insegnamenti di umana dignità da impartire.

2 Complessità: i numerosi incontri istituzionali fatti ci hanno permesso di comprendere meglio e di partecipare al delicato equilibrio che permette alle nostre missioni di esistere. Di fronte a tante grandi personalità del mondo dello sport ci siamo spesso sentiti piccoli e inadeguati, ma per fortuna siamo sempre stati accolti con attenzione e gentilezza. Forse il bene, silenziosamente, riesce davvero a penetrare dappertutto.

3 Tempo: tra gli autobus, i taxi, le metropolitane e la barca non mentiamo se sosteniamo che un terzo della missione è trascorso sui mezzi di trasporto. Questi momenti sono stati però molto preziosi: l’amicizia che ci lega ci ha portato a sfruttare quelle interminabili ore per confrontarci, riflettere e progettare. Ne usciamo tutti sicuramente più ricchi.

4 Stupore: tra le favela, i campi dell’isola di Paquetà e le olimpiadi di cose ne abbiamo vissute davvero tante e se da un lato ci sentiamo cresciuti, dall’altro ammettiamo di essere tornati ogni giorno un po’ bambini. La visita al Christo Redentor, compiuta in una mezza giornata che ci era rimasta libera in quanto non si potevano svolgere attività, ci ha permesso di chiedere a Colui che ha creato questo mondo così misterioso di non porre mai fine alla nostra capacità di stupirci.

5 Fiducia: nessuno di noi sapeva cosa aspettarsi dato che non esisteva un programma. Ci siamo affidati a occhi chiusi a Massimo e Valentina, due guide impeccabili che ci hanno aiutato a vivere queste giornate al mille per mille. Oltre a loro, però, abbiamo incontrato altre importanti guide: Zezè, l’angelo custode dei bambini di Cidade de deus che ci ha protetti e accompagnati per le strade del suo quartiere; Helen e le maestre di Paquetà che con il loro entusiasmo ci hanno mostrato l’importanza di continuare a imparare per tutta la vita; Padre Nixon che ci ha accolti e ospitati con accogliente semplicità nella sua parrocchia.

6 I bambini: unici, spettacolari, disarmanti. A loro diciamo il nostro grazie più grande!

7… Ops… Forse gli ingredienti stanno diventando troppi. Cercheró di riassumere con l’elemento essenziale: lo sport. Senza di lui sarebbe stato impossibile comunicare in un paese di cui nessuno di noi conosceva la lingua, godere del clima olimpico e sentirci in sintonia con persone provenienti dai contesti più disparati (bambini, taxisti, campioni, turisti e chi più ne ha più ne metta). Lo sport è stato davvero il nostro linguaggio universale che, ancora una volta, ci ha permesso di vivere e testimoniare i valori in cui crediamo.
Speriamo di poterlo riutilizzare molto presto! Un grande abbraccio piccola grande Italia, stiamo tornando più carichi che mai!

Elena Motta

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I differenti punti di vista del Brasile

Il taxi sfreccia veloce verso l’aeroporto mentre la città si accende poco a poco come fosse fatta da tante lampadine. Passiamo di fianco a Rocinha, poi me la trovo di fronte a ricoprire la montagna: é immensa e bellissima tutta illuminata. Se non sapessi, se non ci fossi entrata, se non avessi ascoltato, partirei così, con un’istantanea da gran copertina di un posto che bellissimo proprio non é. Una contraddizione.

Così come questa strana missione e la città che l’ha ospitata…contraddittorie.

In questi giorni di domande ce ne siamo fatte tutti, perché é inevitabile quando vivi per tre settimane in una città coi riflettori accesi sulle olimpiadi, ma poi ti accorgi che quel mondo lì, quel livello lì, quelle possibilità lì sono lontane anni luce dalla realtà della gente comune. Di domande te ne fai se la mattina assapori il gusto dolceamaro fatto dalla bellezza di stare coi bambini delle favelas, del farli giocare, vederli scatenarsi e urlare ad ogni gioco finito con una vittoria, sentirsi le loro braccia al collo come se fossi con loro da una vita. poi arriva il retrogusto amarognolo, perché scopri e vedi cose: ti raccontano che Miriam, come tanti altri, vive con la sua famiglia in un posto infestato dai coccodrilli e che per prendere l’acqua deve essere più veloce per non farsi azzannare…gran bel gioco, se lo fosse. E come se non bastasse, la notte é un continuo sparare per le strade. É un dettaglio che il governo li abbia cacciati lì dopo avergli espropriato le loro vecchie case? E il sapore si fa ancora più amaro quando coi tuoi occhi,dal tetto del centro dove si fa attività,vedi un cecchino della polizia sparare con un fucile verso la strada. Normalità. Fai un giro nella favela, attraversi pertugi che dovrebbero essere strade su cui si aprono porte, ma non c’è neanche lo spazio per passare; “vedi” l’odore della fogna a cielo aperto; sentì la paura di chi lì dentro non ci vuole entrare; immagini cosa si possa scatenare la notte. Tutta normalità.

Poi nel tardo pomeriggio sei a casa Italia, casa Qatar, ad una conferenza promossa dall’Unicef, conosci campioni, fai foto, tocchi qualche medaglia, ti si illuminano gli occhi, sogni, racconti e spieghi il progetto, cerchi di far capire, conosci persone che si interessano a quello che facciamo, intrecci relazioni che portano ad accordi, nascono promesse attorno ad un tavolo mentre da un maxi schermo vinciamo medaglie. Tutto bellissimo, come le luci di Rocinha la sera.

Poi prima di dormire arriva il colpo allo stomaco insieme alle domande che devi farti: cosa dirai domani a Miriam? Che la sera prima mentre lei giocava a schivare coccodrilli tu vivevi in una dimensione parallela fatta da riflettori, medaglie, parole?! Cosa dirai al bambino che dopo lo sparo del cecchino ti ha abbracciata come a proteggerti e ti ha chiesto se avevi paura?

In 5 anni per me, per noi, non c’è mai stata scelta, non ci sono state ” mattine” né “pomeriggi” né ” sere”: c’è stata semplicemente la missione , fatta da una realtà sola, senza scelta, in ogni momento del giorno.

Qui in queste tre settimane abbiamo vissuto a fatica, con un piede in paradiso e l’altro all’inferno e tutto questo ci ha sfiancati e devastati. Guardandoci in faccia, senza parole abbiamo sempre saputo che non solo l’altro piede, ma tutto il resto del corpo l’avremmo gettato tra le fiamme dell’inferno e tra le fauci dei coccodrilli, potendo. Ma come sempre, come tutto, la medaglia ha le sue due facce: abbiamo scelto tutti consapevolmente che a questo giro la nostra missione doveva essere fatta anche di paradiso con le sue relazioni e le sue promesse, di servizio, di disponibilità e pugni dritti allo stomaco, di rinunce ad essere volontari fino in fondo per vestirci anche con gli abiti degli ambasciatori anche se nel profondo fa male, senti che ti manca qualcosa e il tuo lavoro sembra lasciato a metà. Tutti e 6 abbiamo scelto l’altra faccia della medaglia, quella che il volontario sente meno sua, ma senza la quale non ci sarebbero ori, argenti o bronzi, non ci sarebbe niente. Abbiamo sacrificato il nostro essere volontari per qualcosa di più grande…per poter continuare a garantire alle Miriam in giro per il mondo di poter giocare davvero, ancora per un po’, senza doverlo fare scappando dai coccodrilli.

E a quel bambino ho risposto che no, non avevo paura perché non ne aveva lui. Mi ha sorriso mentre mi stringeva più forte. E la medaglia si gira…

Valentina Piazza

 

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Ogni maledetto pallone…

Quando vedo giocare il gruppetto di bambini che mi sono stati affidati al centro Kay Beniamino, immediatamente penso al film “Ogni maledetta domenica” e al discorso che Al Pacino, nella veste dell’allenatore, fa alla sua squadra: ” basta un centimetro in più per decidere se il pallone è fuori o dentro e l’impegno che ci si mette fa la differenza fra una vittoria e una sconfitta”.
Quando vedo i “miei” bambini giocare a calcio senza scarpe, su un terrenopoco adatto (per usare un eufemismo) dare tutto per conquistare quel famoso centimetro mi dimentico delle difficoltà legate al linguaggio e ai diversi metodi educativi a cui siamo abituati e mi spunta un sorriso.
Un sorriso che non se ne va per tutta la giornata e che spero di portare con me in Italia.

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Perchè sono tornata ad Haiti…

Sono tornata per la terza volta ad Haiti e mi sembra un miracolo. È un miracolo che dopo questo tempo i bambini e gli animatori ti riconoscano, ti chiamino a tutti gli angoli della strada, si fidino di te. È un miracolo…è un miracolo vedere crescere una missione, migliorare, grazie anche alla piccola goccia che abbiamo lasciato ogni anno. Non posso che pensare agli altri compagni che hanno avviato le missioni di CSI per il mondo in altri paesi…Haiti è stato il primo passo, quanti ne faremo ancora?
È un miracolo! È un miracolo vedere i bambini di Camp Corail mettersi in fila. Ogni giorno sono più di 500. Nessuno ci lancia sassi, sempre meno ci chiamano “blanc”.
Mi sento voluta bene, non solo perchè porto un pallone…ma perchè posso essere un’amica.
È proprio vero, ci vogliono bene. Credo che questo sia il più bel regalo che possa aver mai ricevuto da questa terra.
Non ho più niente da insegnare, non ho mai avuto nulla da insegnare davvero a questo popolo.


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Le altre Olimpiadi brasiliane!

Ieri era il 17, giorno che per la maggior parte delle persone viene associato ad una giornata sfortunata o addirittura da non vivere.
L’inizio di mattinata in effetti è molto caldo ed afoso e l’attività odierna è tra le più importanti ed uniche, in quanto ha lo scopo di rimanere indelebile nel cuore dei bambini. Colmi di entusiasmo e curiosità ci incamminiamo verso l’inizio delle attività. Il menù del giorno offre antipasto, pasta e dolce. Si parte dall’antipasto, composto da una mega caccia al tesoro, dove i bambini con le loro maestre, vivono appassionatamente le prove basate sulla tematica della terra, acqua, aria e fuoco, che portano alla ricerca del tesoro (le bandiere dell’Italia e del Brasile unite insieme, simbolo dell’unione di intenti). Al termine della caccia al tesoro i bambini hanno pranzato, mentre noi, assetati di gioia e voglia di fare, ci siamo attivati per la realizzazione delle mini olimpiadi, dopo aver visto quel luccichio per lo sport e per il gioco arrivare dai loro occhi. In pochi minuti medaglie, coppe e fiaccole sono state create con quello che avevamo, ma tutto ciò ha aspettato la fine della festa folcloristica della scuola a cui siamo stati caldamente invitati, come se fossimo parte integrante della loro comunità. Ed il nostro pranzo è stato servito. E per finire, il dolce. Tre squadre si sono affrontate in una serie di mini giochi sportivi non prima di averli però onorati con una cerimonia d’apertura. La felicità e l’adrenalina straripavano dalle “crianças”. Al termine abbiamo allestito una premiazione con la consegna ufficiale delle coppe e medaglie, volgendo al termine della giornata con lo scambio di grandi “grazie” ed abbracci. È il 17, giorno che la maggior parte delle persone reputa sfortunato, ma in realtà per tutti noi è stato uno dei più belli ed arricchenti a livello emozionale.

 

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Il posto giusto nel mondo!

Sono passati poco più di dieci giorni dal mio arrivo ad Haiti. Sinceramente i primi giorni alla missione di Padre Isaia a Camp Corail sono stati un po’ duri: i bambini spesso non ascoltano, ti prendono in giro perché non parli la loro lingua ed è difficile anche solo farli stare fermi.
Quando li facciamo entrare in chiesa per la preghiera prima del pranzo è una fatica farli stare seduti o in silenzio e a volte fanno proprio perdere la pazienza!
Oggi, stanco per la mattinata sotto il sole, mi sono seduto sulla panca accanto a un bambino e lui, dopo avermi guardato un attimo mi ha abbracciato e io mi sono sentito bene: quel semplice gesto mi ha fatto sentire una persona migliore e dentro di me ho pensato “Ma perché ho aspettato tutti questi anni per fare un’esperienza così?”.

E ai miei amici che mi scrivono da una spiaggia thailandese che manco solo io vorrei dire che sono io quello nel posto giusto.

Perciò quello che posso dire è solo grazie bambini, grazie padre Isaia, grazie Haiti.

Manuel Rizzo

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